 |
di Luciano Magnalbò
Con questo articolo desidero dare un contributo al dibattito
sulla cultura di destra, che in questi giorni percorre Forza
Italia e Alleanza Nazionale, dividendone le curve nord e
sud alla ricerca di un primato referenziale e relativo un
po' equivoco, che forse non distingue tra pensiero e politica,
tanto che i veri intellettuali tipo Accame e Veneziani assistono
perplessi dal di fuori e se ne vanno al mare. Parlando della
società dell'umanesimo, sono sempre stato convinto che la
cultura sia il prodotto di un trinomio: la conoscenza, la
coscienza e l'intelligenza, tre ingredienti necessari senza
i quali si ha, nell'ordine, l'improvvisazione, l'intuizione
e l'erudizione. Sventurato è, infatti, l'uomo che medita
sui fenomeni senza averne adeguata informazione, poiché
egli compie una fatica inutile o quanto meno aleatoria,
in quanto ignora cio' che dice anche la Bibbia e cioè che
nulla di nuovo esiste che non sia esistito e non sia già
stato esaminato. Parimenti è relativo conoscere senza sapere
riflettere e meditare, e cioè senza prendere coscienza di
cio' che la conoscenza insegna , come è chiaro che il sapere
e le meditazioni su di essa rimangono nei limiti del conosciuto
senza il motore dell'intelligenza, unica fonte di progetto
per costruire e prevedere il futuro. Diversamente avviene
nella società tecnologica , dove i procedimenti dipendono
dalla ricerca, sono spesso monotematici, ed i fenomeni,
frutto di una consecutio rerum, non sono altro che applicazioni
che si succedono e si concatenano in un preciso quadro di
attinenze. Il pensiero non indirizzato è un'altra cosa:
esso corre veloce ed irraggiungibile nell'universo, trascinandosi
dietro la capacità di vedere le cose anche dove non si è
mai stati, e cioè di immaginarle con una certa verosimiglianza,
trasportando il conosciuto nello sconosciuto. Con il pensiero
si viaggia indietro nel remoto passato, andando a cercare
l'oggetto nei ricordi e nelle impressioni che i nostri progenitori
ci hanno trasmesso e di cui erano titolari prima di concepire
il figli ,che poi concepì un altro figlio e cosi via sino
a noi, da quando venne la prima forma di vita , di cui all'inizio
fummo deboli indicatori, per passare a larve informi, poi
ad animali formati, indi ad ominidi o pre-uomini, ed infine
ad uomini, in una catena infinita non spezzabile di esperienze.
Il pensiero è la nostra dote più straordinaria e con esso
si viaggia anche nel futuro, con il limite del mistero della
morte, dopo la quale non sappiamo con certezza cosa avverrà.
In proposito sarebbe invece utile sapere con precisione
se il pensiero si identifica o meno con l'anima, e cioè
se l'anima sia immateriale come il pensiero o se abbia una
pur minima consistenza; nel primo caso l'anima non potrà
mai rimanere intrappolata né sotto terra né nel profondo
delle acque, mentre diversamente, soffocata da una materialità
comprimente e contraria, che non riesca a penetrare ,potrebbe
trovare in essa eterna prigione e quindi eterna dannazione.
La nostra civiltà deve al pensiero greco, che influenzo'
il mondo romano, la duttilità del ragionare lungo ampi spazi
sui fondamenti della vita e dell'essere, al di fuori degli
schemi ordinati e militareschi necessari ai conquistatori,
che infatti furono i padri delle regole e cioè del diritto,
un sistema a cui ancora il mondo moderno si riferisce: cosicché
Roma, che conquistò popoli e costruì imperi, eventi terreni
che si conclusero in pochi secoli, vive ancora per la sua
logica giuridica, e la Grecia, priva di ogni egemonia materiale,
ha tramandato cultura e pensiero sovrastanti e imperituri.
Anche al mondo arabo dobbiamo molto, tra scienza e matematica,
nonché ai Bizantini come ai Longobardi, il cui impianto
amministrativo feudale -Liber Feudorum- veniva insegnato
all'Università di Bologna nel secolo tredicesimo, assieme
alle Pandette ed alle Novelle di Giustiniano. Fatte tali
premesse appare fuorviante volere comprimere il pensiero
e la cultura localizzandoli in ambiti precostituiti, definendoli
di destra o di sinistra. Infatti queste giovani categorie,
nate entrambe nella seconda metà dell'Ottocento, sono dei
semplici indicatori politici e non filosofici, di natura
transitoria, tant'è che già da qualche anno si parla della
fine di queste ideologie. L'unica dignità culturale che
ad esse si puo' riconoscere è che mentre il pensiero di
destra nasce dall'esigenza di un ordine sociale, quello
di sinistra rappresenta la crisi e la rottura in caso di
patologia del sistema: l'errore di entrambi gli schieramenti
è la tentazione di ricercare la soluzione al proprio interno,
mediante la formazione di proprie ali estreme, operazione
necessariamente fondata sulla radicalizzazione e, quindi,
incapace di essere incisiva erga omnes e strutturale. Mussolini,
che proveniva dalla sinistra, divenne un grande faro della
destra poiché capi' che in quel momento occorreva una politica
di destra, la stessa cosa che pensava Benedetto Croce e
che pensarono molti altri: ma in pochi anni il sogno fascista
fini', proprio perché si volle tradurre in pensiero ed idea
quella che era e doveva rimanere una transitoria operazione
politica e sociale. Cosi Marx che, partito dall'idea liberale,
con spunti di preveggenza sull'economia globalizzata veramente
sorprendenti, per la rabbia e la frustrazione derivanti
dalla propria situazione economica personale, e quindi in
odio all'Homo Oeconomicus della società borghese, ideo'
un sistema vendicativo e di contrasto a quello postfeudale
ed industriale che voleva combattere, altamente illiberale,
chiuso e violento, in cui le donne erano considerate merce
comune e di libero scambio, un sistema contro l'uomo e il
suo ingegno durato poco più di un secolo. Poi - sia a destra
che a sinistra la solita pletora di teste quadrate, di anime
poco nobili, di codardi servitori, di imbroglioni analfabeti,
di trafficanti di potere e sanguisughe, che puntualmente
si presentano ed inevitabilmente rendono tutto piccolo e
torbido. Ora, se fuorviante appare costringere la cultura
entro schemi di destra o di sinistra ,ancora di più tale,
se non pericolosa, si presenta oggi la pretesa di volere
collocare il tempio del pensiero della destra dentro Forza
Italia piuttosto che dentro Alleanza Nazionale o viceversa.
Invece negli ultimi tempi eminenti pensatori dell'uno o
dell'altro partito hanno dato il via ad una sorta di lotta
per il riconoscimento di paternità filosofiche, una specie
di guerra per le investiture nel senso che ognuno di essi
ha tentato il colpo egemonico per indicare, scegliere e
coordinare un giorno gli operatori culturali della destra.
Nel corso di tali combattimenti Briguglio per Alleanza Nazionale
ha fatto sapere di aver dato inizio ad una operazione collocata
nell'ambito del partito, assieme a Buzzanca e Barbareschi,
due nostri sicuri referenti del mondo dello spettacolo.
Ma oggi non abbiamo bisogno solo di questo, nella società
postindustriale, della globalizzazione e dei mercanti senza
terra, di cui Enrico Nistri ha fatto uno straordinario affresco
nel numero di marzo-aprile di Percorsi, noi abbiamo bisogno
di radunare i nostri ingegni per capire e governare la società
del futuro, mediante una gigantesca operazione culturale
dal carattere obiettivo. Dobbiamo, cioè, in rapporto con
la storia passata, ed alla luce di tutti gli insegnamenti
che ne provengono, da Pitagora ad Aristotele, da Sant' Agostino
a Locke, da Hegel a Croce, costruire un nuovo sistema obiettivamente
fondato, la cui validità sia contenuta in esso, senza etichette
applicabili alla nuova civiltà, in cui il visibile è costituito
dalle informazioni mediatiche e l'invisibile dalla finanza
elettronica e nella quale si ripropongono, sotto luci e
dimensioni diverse, gli stessi problemi del terzo secolo
imperiale, quali la denatalità, i flussi migratori e la
crisi strutturale e finanziaria delle Istituzioni. Non dico
che per questo bisogna chiedersi se alle categorie Kantiane
sia necessario aggiungere quella non scritta del virtuale
o se Platone possa essere ancora utilizzato per descrivere
le nuove repubbliche, ma ritengo che sia essenziale ricordare
sempre la massima di Berardo di Chartres, un intellettuale
del Medioevo, per dare l'immagine e il senso del progresso
della storia: " Siamo nani arrampicati sulle spalle di giganti.
Cosi vediamo di piu' e più lontano di loro, non perché la
nostra vista sia più acuta o la statura più alta, ma perché
ci solleviamo in aria con tutta la loro altezza gigantesca…"
torna
alla home page
|