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di Adriana Poli
Bortone
Che
la "questione Mezzogiorno" sia tutt'altro che risolta è
dibattito di questi giorni. Sul come "risolverla" o, almeno,
come affrontarla, è tutto da vedere. Sembrerebbe paradossale,
ma proprio nel momento in cui il Mezzogiorno, con la sua
nuova classe dirigente, i suoi giovani imprenditori, i nuovi
amministratori locali, i giovani professionisti, ha cambiato
radicalmente mentalità, a qualcuno vengono suggestioni di
"neo- assistenzialismo" che i meridionali (certamente i
più avveduti) rifiutano con gran decisione. Lo scontro è
ancora fra la riproposizione di modelli assistenziali e
la consapevolezza di poter esser realmente motore di sviluppo,
incubatore di imprese. Il Sud, infatti, preso a sè, come
zona geograficamente contenuta, non deve più esser visto
come problema, ma come RISORSA. ambientale, culturale ed
umana. Una sorta di bene ancora tutto da scoprire e valorizzare,
al punto da poter essere trainante per la nostra economia.
E' per questo che ci fa inorridire il pensiero che la questione
FIAT possa essere affrontata in termini di ammortizzatori
sociali. (Semmai, col danaro di Sviluppo Italia!). Una soluzione
non risolutiva che procurerebbe immediato sollievo solo
alla proprietà dell'Azienda automobilistica ed angosce ai
lavoratori, legati alla precarietà esclusiva dell'intervento.
Non sarebbe male, infatti, cominciare a verificare quanto
lavoro è stato trasferito all'estero, dove, con quali salari
e con quanti profitti, nel rispetto o meno di una etica
del lavoro che non faccia connotare le aziende italiane
come COLONIZZATRICI!. Pensiamo davvero che India e Corea
avrebbero avuto bisogno di una industria automobilistica
e non piuttosto di aziende per la valorizzazione dei loro
prodotti? E', indubbiamente, necessario un ripensamento
complessivo del lavoro che occorre fare riappropriandosi
di concetti etici che non possono più essere avulsi da comportamenti
individuali e collettivi. Mezzogiorno, Risorse, Sviluppo
e non Assistenzialismo, debbono essere ormai i riferimenti
culturali per far sì che zone ancora ricche di percorsi
inesplorati, possano manifestarsi in tutto il loro potenziale.
A chi giova allora, se non ancora una volta alla grande
industria, intervenire con strumenti antiquati, quali la
Cassa integrazione e simili, senza prevedere condizioni
reali di stabilità e certezza per i lavoratori? Senza contare
la disparità di trattamento (finora avversata dalla Commissione
Europea) fra le imprese di grandi dimensioni e quelle più
piccole, che sarebbero poste nella impossibilità di fronteggiare
la concorrenza. Non si può pensare, allora, alla CIGS per
la FIAT in maniera semplicistica quasi come fatto scontato,
di routine, senza ripercorrere brevemente la storia della
FIAT che già nel 1980 e poi nel 1993 ha di fatto scaricato
i costi delle proprie ristrutturazioni sulla fiscalità generale,
attraverso la CIGS. E come possiamo non ricordare che, soprattutto
negli stabilimenti impiantati nel Mezzogiorno d'Italia,
i dipendenti "temporaneamente" collocati in cassa integrazione
a seguito delle precedenti "ristrutturazioni" FIAT, nonostante
le mobilitazioni (tardive!) dei sindacati o delle popolazioni,
poi non sono più rientrati in fabbrica. La loro è stata
una vera e propria esplulsione programmata dal mercato del
lavoro. Da un lato creazione di disoccupazione, dall'altro
la FIAT, beneficiaria principale delle erogazioni con danaro
dei cittadini italiani. 8000 dipendenti sono non solo 8000
individui, ma 8000 famiglie, che FIAT non può mandare a
casa, di fatto, a causa della sua conduzione aziendale.
Ma l'azienda non può neanche agitare, come al solito, lo
spauracchio della disoccupazione ( specialmente al Sud)
per trarne ancora una volta vantaggi, senza offrire certezze.
Se è vero, come dicevo, che gli 8000 dipendenti sarebbero
in esubero, è lecito chiedersi se sia applicabile la legge
italiana ( L.223/91 artt. 1 e 24) che vieta l'erogazione
della CIGS per i dipendenti notoriamente e dichiaratamente
in esubero, che dovrebbero, invece, andare in mobilità?
La più volte richiamata privatizzazione dei profitti e socializzazione
delle perdite, propria della grande azienda automobilistica,
non può ulteriormente essere sopportata! Si lascino al Mezzogiorno,
alle piccole e medie imprese che vogliono crescere ed ai
tanti giovani che vogliono affermarsi, i danari di Sviluppo
Italia e la si faccia finalmente funzionare in maniera più
adeguata alla sua missione. Alla FIAT si chieda, invece,
di presentare un piano aziendale credibile, che tenga conto,
innanzitutto, della salvaguardia del posto di lavoro al
Sud. Perchè il Sud chiede assistenza? NO. Perchè chiede
lavoro. Ed è giusto che lavoro sia dato da chi ha usufruito
nel tempo di centinaia di miliardi dallo Stato per la costruzione
di stabilimenti (ha mai rispettato FIAT il numero di posti
di lavoro concordati col territorio?), di danaro per la
ricerca (la famosa legge 46!), di soldi a iosa per la Cassa
integrazione. La FIAT ha un debito col Sud. Riveda tutti
i suoi rami d'azienda ed una volta tanto rinunci a qualcosa.
Il Paese ha già dato.
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