Il vento afghano ha devastato l’Ulivo

di Giorgia Torchia

La decisione di inviare un nuovo, e più robusto contingente militare in Afganistan, un migliaio di uomini prevalentemente di una brigata alpina, ha messo in luce la fragilità di una politica estera italiana che si voleva bipartisan. L'Ulivo su questo problema è finito in rovina, rivelando la difficoltà di tenere insieme tre componenti che, restando in tema di politica internazionale, obbediscono a logiche, culture ed interpretazioni diverse. Con la Margherita che propende verso una scelta più tradizionale, ma non priva di ambiguità, di tipo occidentale, I DS ,dilaniati tra il vecchio richiamo antiamericano e lo sforzo di apparire socialdemocratici alla Blair.I comunisti di Cossutta, con i Verdi decisamente, schierati sulle posizioni di Rifondazione comunista. Questa divisione all'interno dell'Ulivo, su un tema fondamentale, la politica estera e di sicurezza, appunto, rivela che la comparazione tra le due coalizioni, Polo ed Ulivo, va a tutto vantaggio della prima. Perché, nonostante le polemiche ricorrenti in seno al centro- destra, sulla politica estera c'è unanimità di consenso. Taluni distinguo, più che altro di matrice cattolica su un tema come l'Iraq, appartengono ad una positiva capacità di analisi e di dibattito, ma non configurano le rotture profonde ed inconciliabili che esistono all'interno del centro-sinistra. Le divisioni emerse quindi nell'Ulivo sull'invio degli alpini in Afghanistan, pongono infatti un problema che va aldilà della specifica questione, sulla quale peraltro brevemente ci soffermeremo. Quale garanzie può dare la coalizione di centro-sinistra, tanto più se aperta per necessità o per vocazione a Rifondazione comunista, su una condotta internazionale dell'Italia coerente con la sua storia e con i suoi interessi? Nessuna.Nell'ipotesi di un ritorno al governo delle sinistre, avremmo una situazione ancor più grave, confusa e complicata di quelle esistente all'epoca della guerra del Kosovo quando la partecipazione italiana fu resa possibile dal voto responsabile dell'opposizione di centro-destra. Le argomentazioni portate a giustificazione del no all'invio dei nostri soldati in Afghanistan, sono deboli, quanto immotivate. Rivelatrici, comunque, dell'incapacità di buona parte della sinistra di cogliere il senso e la realtà dei mutamenti intervenuti su scala mondiale dopo l'11 settembre. La principale argomentazione è che l'Italia dovrebbe limitarsi, al massimo, a rafforzare la sua più che modesta partecipazione all'ISAF, la Forza internazionale che sotto l'egida dell'ONU contribuisce a mantenere l'ordine a Kabul, a sostegno del governo presieduto da Karzai. Non a partecipare in maniere più adeguata all'operazione "Enduring Force", cioè all'impegno alleato, cui aderiscono una ventina di paesi, che combatte contro le ultime sacche di resistenza dei talebani e di Al Qaida. Si è cercato cioè di creare una divisione, assurda sul piano politico quanto su quello militare, tra il mantenimento della pace a Kabul e la necessità di eliminare quei terroristi che la pace minacciano. L'ONU in realtà, nel caso dell'Afghanistan come dell'Iraq ed anche talvolta l'Europa, servono da alibi e da paravento per giustificare scelte assolutamente prive di significato politico. La sicurezza dell'Afghanistan è indivisibile.L'ISAF resiste a Kabul perché sulle montagne i soldati dell' "Enduring Force" con il loro impegno impediscono ai seguaci del mullah Omar e di Bin Laden di vanificare la vittoria che ha portato alla liberazione del paese ed all'eliminazione del principale santuario del terrorismo. Siamo con le solite furbizie all'italiana. All'"Enduring Force" partecipiamo, sin dall'inizio, con una formazione navale, ora ridotta ad una sola unità, e con un'unità logistica dell'aviazione e del genio. Il nuovo contingente indubbiamente rappresenta un salto di qualità. Nel senso che inviamo truppe combattenti, come del resto fanno romeni, australiani, danesi, norvegesi, turchi e così via. Questo comporta, ovviamente, un'assunzione diversa di rischi e di responsabilità. Ma è nella logica delle cose. Ma il clima italiano è tale che il Ministro Martino, che con abilità ha affrontato l'iter parlamentare, non ha resistito, nonostante che egli passi per essere rigoroso nelle scelte, alla tentazione di venire incontro all'opposizione più del necessario. In un'intervista al TG1 ha dichiarato che i nostri soldati avrebbero corso rischi minori, poiché sarebbero stati impiegati a protezione degli altri contingenti! A questa poco dignitosa, per le Forze Armate italiane, messa a punto è seguita l'affermazione, speriamo in chiave ironica, che il Ministero della Difesa sarà ribattezzato Ministero per la pace. La seconda argomentazione degli oppositori all'invio di soldati in Afghanistan, è che gli alpini dovrebbero sostituire soprattutto gli inglesi che andrebbero a rafforzare il corpo di spedizione che Washington e Londra stanno approntando per la guerra all'Iraq. Per inciso , e la dichiarazione di Martino appare più sorprendente, gli alpini sulle montagne del confine pakistano dovrebbero sostituire i Royal Marines. Cioè una delle principali forze d'attacco dell'"Enduring Force"! Ed arriviamo al secondo capitolo di questa storia: l'Iraq. Anche qui assistiamo al solito balletto delle ambiguità Abbiamo una scelta estrema, un no comunque contro la guerra ed una scelta più possibilista (Margherita soprattutto), un sì con una serie di condizioni: in particolare, sotto l'egida dell'ONU ed in sintonia con gli altri Stati europei. L'evoluzione della situazione porta verso una soluzione in virtù della quale l'America rinuncia per il momento ad un intervento militare unilaterale ed aspetta le risultanze degli Ispettori dell'ONU, i quali verificheranno se effettivamente Saddam Hussein dispone di armi di distruzione di massa e se vengono eliminate. Quanto all'Europa non esiste una posizione unitaria. C'è quella francese, che in obbedienza ai calcoli neogollisti di Chirac - che rispondono agli interessi mondiali della Francia ed a quelli nel mondo arabo in particolare - che frena sulla guerra in prima battuta e rimanda, spalleggiata da Russia e Cina, tutto al Consiglio di sicurezza. C'è una posizione della Germania, con Schroeder che per vincere le elezioni si è spinto oltre nella polemica con Bush , dichiarando che mai e comunque, soldati tedeschi avrebbero combattuto in Iraq e c'è poi quella inglese di pieno allineamento agli Stati Uniti. L'Italia, quindi, non ha alcun riferimento unitario in Europa in cui ritrovarsi e può compiere solo una scelta che risponda ai suoi interessi nazionali. Così come fanno i suoi partner europei Cina e Russia. C'è un chiaro gioco al rialzo nei confronti dell'America. Parigi, Mosca e Pechino, il discorso della Germania si colloca in un contesto diverso, giocano a rialzare la posta delle loro azioni nei confronti della superpotenza americana. E l'Italia? Dovremmo noi servire, per restare al discorso europeo, gli interessi francesi? Con quale vantaggio e con quale prospettiva? L'allineamento sulle posizioni di Blair, pur tenendo conto come si è visto con il viaggio di Berlusconi a Mosca della necessità di aver la copertura politica, morale e giuridica dell'ONU, risponde ad una scelta europea. Anche questa. Ed è da chiedersi come fanno i DS a richiamarsi sempre a Blair, quando la loro politica è antitetica a quella del premier inglese. Non vi è dubbio che ragionevolezza e realismo inducono a soppesare tutti i pro ed i contro di una guerra contro l'Iraq e la necessità di attivare tutte le necessarie garanzie, ma l'interesse dell'Italia è di compiere una scelta chiara e senza equivoci. Anche oltre Blair. Mancando una decisione europea unitaria, ma esistendo più posizioni, noi abbiamo il diritto di scegliere quella che più ci convince e quella che più confà ai nostri interessi. Affiancare gli Stati Uniti, sia pure con l'indispensabile autonomia, rappresenta quindi l'opzione che più risponde ai nostri interessi nazionali.Ma anche ad una valutazione più ampia della questione irachena. E' in atto una guerra contro il terrorismo che va valutata nel quadro di una strategia globale. C'è il terrorismo di Al Qaida e c'è il terrorismo degli " Stati canaglia" ,cioè degli Stati che si dotano d'armi distruttive di massa. Che sono animati dalla volontà, all'occorrenza di usarle e che possono, se non l'hanno già fatto, fornirle ad organizzazioni tipo Al Qaida.Tra gli "Stati canaglia", il più pericoloso è l'Iraq di Saddam Hussein. La sua eliminazione, pur se dal punto di vista giuridico pone non pochi problemi, nei fatti risponde alla logica globale della lotta contro il terrorismo. Eliminando Saddam Hussein, si elimina un potenziale, se non già in atto, nuovo, anche se diverso, santuario per Al Qaida. Si pone fine ad una minaccia regionale particolarmente grave. Basti riflettere sul fatto che ad un eventuale attacco con armi chimiche, Israele potrebbe rispondere con la bomba atomica. Si lancia un monito a quei paesi che sono tentati, o lo fanno, di dare aiuto ad un terrorismo che, come conferma la tragedia di Bali, è più che mai attivo, pericoloso ed agisce su scala planetaria. Saddam Hussein, un tiranno spietato e per molti versi folle, non merita né rispetto, né tolleranza. Rappresenta l'altra faccia del terrorismo, quello di Stato. Coincide, in un quadro di valutazione strategica, con l'altra metà, quella del terrorismo movimento, rappresentata da Bin Laden. Solo se si valutano questi aspetti della realtà, il discorso sull'Iraq, e di riflesso quello sull'Afghanistan, porta ad una valutazione che lascia pochi spazi alle ambiguità ed ai distinguo. Rassegniamoci a prendere atto che siamo già in guerra e che un eventuale attacco all'Iraq di Saddam Hussein, qualora le circostanze lo rendessero possibile o l'imponessero, è solo una tappa militare di una lotta globale al terrorismo su scala mondiale e quindi per difficoltà e complessità rapportata a questa mega dimensione geopolitica.

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